Il 2 ottobre scorso abbiamo ricordato e festeggiato i 30 anni di lavoro di Cefriel. Nella mia introduzione all’evento ho proposto qualche riflessione su quanto abbiamo fatto in questi anni e su quello che vogliamo portare avanti nel futuro. Come premessa, ho proposto un pensiero che ultimamente mi ritorna spesso nella mente.

Io vivo in una bolla. Faccio un lavoro stimolante che, pur con tutte le fatiche e complessità del caso, mi porta al centro di tante importanti dinamiche di questo nostro tempo: il mondo delle tecnologie, le professioni moderne basate sull’economia della conoscenza, l’internazionalizzazione, in generale l’innovazione. Vivo tutto ciò nella città e nel territorio forse più ricco e sviluppato del paese. Anche quando mi sposto e viaggio in altre parti d’Italia, inevitabilmente incontro quella parte del paese che corre e opera al centro dei processi più innovativi della nostra società globalizzata.

Ma quel che vedo e vivo rappresenta la globalità del nostro paese? La mia vita permette di sperimentare e capire quel che accade alle diverse componenti della nostra società? Le mie esperienze sono rappresentative e significative, oppure costituiscono l’eccezione, una componente minoritaria e “elitaria” rispetto alla realtà complessiva dei nostri territori?

Me ne sono convinto: è una bolla. Rappresenta solo una parte del paese cbe è in realtà spaccato, diviso, frammentato, sia dal punto di vista geografico che da quelli economico, culturale e sociale.

È una spaccatura che tanti economisti e sociologi studiano e quindi non mi addentro in considerazioni che lascio a chi è più competente. Mi limito a riportare una infografica (PIL per persona delle regioni europee, fonte OCSE) che, anche se limitata al solo aspetto economico, mi pare rappresenti emblematicamente almeno una dimensione o una manifestazione evidente della bolla.

Si vedono almeno tre Italie. Un Centro-nord (e soprattutto Lombardia e Alto Adige) vicino se non allineato alle dinamiche dei paesi del centro/nord Europa; una zona intermedia e poi il Sud che fa fatica. E all’interno di queste aree si nascondono comunque profonde differenze determinate dal tipo di lavoro svolto e dalla vicinanza ai centri urbani più sviluppati dal punto di vista economico, sociale e culturale.

Tanti conflitti credo nascano proprio tra coloro che fanno parte della bolla e chi a torto o a ragione ne è o se ne sente escluso, tra chi vive i vantaggi e le opportunità che la modernità offre e chi non riesce nemmeno a percepirli o immaginarli, per suoi limiti o per condizioni strutturali nelle quali si trova ad operare e vivere.

Spesso mi capita di leggere sui social network invettive come «maledetta globalizzazione che ci ha rovinato la vita» oppure «questa globalizzazione è per pochi privilegiati». Esprimono la fatica, la rabbia, anche il disgusto di chi «sta fuori» e non vuole, non riesce o non sa entrare. Che fare?

Dobbiamo fare scoppiare la bolla, rompere le barriere, eliminare queste differenze che creano fin disperazione e dolore. Come?

Ci sono due strade.

La prima è il ritorno al passato, la negazione della modernità, la ricerca del tempo perduto, l’assistenzialismo, la protezione e la chiusura rispetto al resto del mondo e della società globalizzata. Non mancano coloro che ne discutono in questi termini, ed è indubbio che anche in modo inconscio questi siano i sentimenti che animano tanti nostri concittadini che stanno “fuori dalla bolla”. Va detto in modo chiaro e netto: non è un sogno realizzabile. O meglio, se lo fosse sarebbe una tragedia per tutti, a cominciare proprio da quelli che paradossalmente si illudono possa essere la soluzione ai loro problemi.

L’unica alternativa è aprire o comunque “allargare” la bolla per far entrare tutti. È una operazione ciclopica che non si completa nei tempi della politica sclerotica e qualunquista di questi nostri giorni confusi (non ho usato il termine «populista» volutamente perché tende a qualificare solo una parte e il problema invece è di tutti). Richiede una Politica alta e lungimirante che sappia declinare operazioni di breve termine per «tappare» i buchi e aiutare chi fa fatica, e una semina sul lungo periodo attraverso formazione, sviluppo del mondo del lavoro, innovazione, trasparenza amministrativa, uno Stato che funziona.

È un compito enorme che non ricade solo sulle spalle della Politica, ma anche di tutti noi, ciascuno per quel che fa e di cui è responsabile nella sua vita quotidiana.

Su cosa misurare il valore di quel che ciascuno di noi fa? Su quanto siamo capaci di operare in modo coordinato lungo questi due binari: l’azione di «emergenza» e sostegno che non dimentica gli ultimi, e quella che guarda lontano, preoccupandosi del futuro dei nostri figli e non solo delle difficoltà dell’oggi. Vale per la politica come per il manager o l’impreditore o il funzionario pubblico.

So che le mie sono frasi generiche, ma definiscono dei criteri, dei parametri di giudizio che ritengo essenziali. Sono quelli utilizzati nella nostra vita quotidiana? Non mi pare. Viviamo ormai un opportunismo cieco ed egoista che ci porta a vedere e considerare solo la nostra bolla – spesso micro, personale, solitaria – a discapito del bene comune. Oppure, a colpire alla cieca la modernità, illudendosi che ci sia benessere e prosperità fuori da essa.

Dobbiamo ricominciare da qui, dal dirci cosa vogliamo essere, da un comune sentire e da una comunione di intenti. Non ci sono scorciatoie né pozioni magiche che ci possano evitare di imboccare questa strada irta di difficoltà, ma unica in grado di ridare speranza e opportunità vere a tutti noi e soprattutto ai nostri figli.

Insegno Informatica al Politecnico di Milano e lavoro al Cefriel. Condivido su queste pagine idee e opinioni personali.

Insegno Informatica al Politecnico di Milano e lavoro al Cefriel. Condivido su queste pagine idee e opinioni personali.